09/07/2009

Coraline provò a disegnare la nebbia. Dopo dieci minuti il foglio bianco era ancora bianco, a parte N E B B I A scritto in un angolo, a lettere leggermente ondeggianti.
Neil Gaiman - Coraline

Ha sul tavolo davanti a sé  un foglio bianco, le sembra grande come un tatami.
Per i giapponesi il tatami è all'incirca lo spazio occupato da una persona sdraiata.
Lei con lo sguardo percorre questo lenzuolo bianco, non sa come risvoltarlo o stropicciarlo. É di un bianco abbagliante, contiene già tutto, ha il sapore acidulo del niente e la sta guardando.
Una voce leggera dice: "Il tema di oggi è l'aria. Qui sul tavolo trovate tutti gli strumenti a vostra disposizione, scegliete quello a voi più congeniale, quello che vi piace di più, quello che più vi attira. A volte lasciar decidere l'istinto è la cosa migliore, non stateci troppo a pensare. Con i colori, una matita, un pastello date una forma vostra all'aria".
Lei se ne sta lì, semplicemente paralizzata. Guarda il foglio bianco che la guarda. Guarda intorno gli altri che si muovono. Guarda il suo fabriano A3 e si dice: "Se lo lascio così immacolato, non è aria, è nebbia". Allora allunga le mani ai barattoli di tempera, li agita a tappo chiuso e poi spreme il colore su un piattino. Deve insistere un po', premere più forte le dita sulla plastica cilindrica, il colore esce a stento, con gorgoglii, a grumi o in scie di saliva. Spreme il bianco, spreme il blu, spreme il nero, spreme il giallo. Nient'altro. Prende un pennello nuovo di pacca, le setole morbide color avorio, le pizzica, le flette, ci gioca. Non sopporta l'idea di usare un pennello vecchio, che ha già colorato il mondo degli altri, che ha conosciuto mani e direzioni sconosciute. Vuole un pennello vergine per la sua prima volta.
Intinge la punta del pennello nel giallo e disegna una linea orizzontale tre dita circa sotto la metà del foglio: divide gli spazi, il sopra dal sotto, ma non riesce col poco colore catturato ad arrivare fino al bordo del foglio, deve prendere più colore, deve ripassare più volte la linea di quel basso orizzonte, deve aiutarsi con l'acqua, diluire, stemperare la tempera, lasciare che scorra e fluisca in linea orizzontale.
Si ferma.
Guarda a lungo il primo segno, sarà l'unico bagliore in un mondo di tinte fosche. Poi aggredisce il nero, il bianco, ottiene il grigio, colora d'azzurro, riempie lo spazio superiore del foglio con una fitta trama di nubi allungate fino allo sfinimento. Le sue pennellate sono linee orizzontali, sovrapposte, accostate, colora in orizzontale, reitera il movimento sinistra-destra, sinistra-destra, sinistra-destra, deve aggiungere colore, lei deve forzare le setole, piegare la punta fino a farla diventare anche lei orizzontale. Il pennello non è la penna con cui scrive, pensa. Oppone alle mie dita, ai miei sforzi e pensieri una certa resistenza. S'ostina. Non riesce davvero a muoverlo come vorrebbe. Prende coscienza dei suoi limiti. Guarda il bianco del sotto. Lo lascia intatto ancora per un po': è carta, è foglio, ma è già un colore. Sposta l'attenzione al lato sinistro del foglio, all'angolo, sarà lì che nascerà in piccoli cerchi, pennellate come deboli sorrisi, la forza dirompente di una tromba d'aria: percorre col nero, col grigio il foglio, in diagonale, ora.
Da uno spigolo si sprigiona una spirale d'aria: tetti e case divelti, macchine rosse turbinare nell'aria, foglie, carte, persone, sollevate nell'aria. Non li dipingerà, lei li vede dentro, inghiottiti nella tromba d'aria che s'ingrossa, che sta lì, dipinta, sbilancia il foglio ispessito di colore nella sua parte sinistra.
Intinge più volte il pennello nello sputo di tempera nera. Adesso può riempire la parte bassa del foglio. Disegna il profilo di un paesaggio collinare, una terra dolce e sospesa, è una striscia schiacciata dal cielo che incombe. É terra, nera nera nera, lucida e bagnata di pioggia.
Non posa ancora il pennello. Guarda il foglio riempito e si morde le labbra. Non è come volevo che fosse, si dice. Ritocca, allora, scegliendo un pennello dalla punta più fine. Ritocca l'uragano che s'alza e si muove. Sta per arrivare o se ne sta andando? Deve ancora passare o è già passato? Non sa rispondersi.
"Ricordate di firmare i vostri lavori" dice la voce di una non-insegnante. Lei lava bene il pennello, intinge la punta nel giallo, finisce con il colore con cui ha iniziato. Firma nell'angolino di destra. Le tre lettere del suo nome, gialle e sbavate, sulla terra nera.
Allontana il foglio, lo mette ad asciugare e si sente franare.
La tromba d'aria adesso è nella sua pancia.
A chi getta parole sul suo eccesso di colore non risponde.
"Com'è cupo!", "Mi chiedo che cosa tu abbia dentro per disegnare qualcosa di simile".
[L'apocallisse, ho dentro l'apocalisse. Un vento che mi scuote fino alle radici]
Sta pulendo il tavolo: si è accorta di averlo sporcato: il colore trasbordato ha disegnato un contorno sul legno come fosse una parete a cui han tolto un quadro che era lì da sempre.
Si guarda intorno: lei è l'unica a pulire, lei è la sola ad essere uscita fuori dal foglio.
gettato al vento da: emistral alle ore 22:07 | Permalink | commenti (3)
categoria:cumulonembo, correnti ascensionali
08/07/2009

In geometria il punto è un concetto primitivo. Intuitivamente equivale ad un'entità priva di estensione spaziale, per cui può essere pensato semplicemente come una posizione, come una coordinata. Un punto non ha grandezze di alcun tipo (volume, area, lunghezza), e nessuna caratteristica in generale, tranne la sua posizione.
Wikipedia - Punto


Odette, solo tu riesci a capirmi se ti dico che certi giorni mi sento come pulviscolo nell'aria. E così a te sola lo dico, mentre dormi, la guancia aderente al mio ventre, il tuo orecchio sul mio ombelico. A te che ti addormenti cullata dal mio respiro di pancia lo dico. Certi giorni mi sento parcellizzata come i quadri che vedemmo a quella mostra. Tanti punti rosa disegnano il mio viso, le gambe e le braccia mie. Tanti punti azzurri e sono un vestito mentre punti bianchi colorano e formano due scarpe. Certi giorni per guardarmi è necessaria una giusta distanza. Devo fare due o tre passi indietro per vedermi intera, tutta e definita.
Il giorno in cui rovesciai il bicchiere pieno d'acqua non feci in tempo a sollevare lo sguardo assorto dalla chiazza scura sulla tovaglia che mi raggiunse lo schiaffo di mio padre. Mi ruppi allora per la prima volta ed allo specchio guardai finché non si dissolse il nugolo di punti rossi rimasti sulla pelle.
Il giorno in cui mi cadde sparecchiando una forchetta quella produsse una tonalità di testa nel silenzio del rinomato ristorante. Caddi allora per la prima volta, e venni licenziata perché avevo disturbato la quiete di una sdentata milionaria. La dama, ipersensibile ai rumori, soffriva di acute ed improvvise cefalee.
É da allora, Odette, che bevo e mangio con le mani. Le mani a conchiglia, le mani nel piatto, le mani alla bocca, le mani in tasca non rompono, non lasciano cadere nulla.
Dormi, Odette? Ed io vorrei svegliarti ora, risvegliare ora la tua ira e ancora sentire le tue unghie graffiare la pagina bianca del mio ventre. Le righe che disegni sulla mia pelle io le tocco e ritocco con i polpastrelli.
Ed io non ti amo che per questo: tu mi ridisegni linea e sai farmi dimenticare d'essere punto.
gettato al vento da: emistral alle ore 21:36 | Permalink | commenti (1)
categoria:scirocco, maestrale
06/07/2009

forse che le paure profonde di ciascuno di noi vengano superate definitivamente?
I.


forse davvero le paure profonde non sono superabili, restano lì ancorate in noi e si ramificano, stratificano, irrorano il nostro subconscio e il nostro agire palese. Però io ricordo che cantavo insieme a quella canzone e che ancora canto pregando quel verso Le tue paure addormentale con me. Se non le possiamo sradicare, uccidere, addormentiamole almeno, concediamo loro un sonno angelico, un sonno che non turba e non disturba, narcotizziamole, scegliendo così una parola più brutale, ché, in fondo, vorrei sempre riuscire a saltare addosso alle paure, sbranarle prima di esserne sbranata.

Io per te sono donna, ragazza, "madre", sorella, amante, amica, sogno, desiderio, qualcosa di esaudito, incredulo restarti accanto, stella polare, porto, rifugio, attrazione viscerale, vestale. Io, vestale, del tuo piccolo mondo.

E tu chi sei? Chi sei per emi, piccola donna bastarda, orgogliosa, capace sì di tenerezza, ma incapace per scelta di esprimere il bisogno? Cerco la risposta fra i miei vecchi scritti.

Leggo al contrario il tuo nome
navI
suona simile a mani,
le tue,
sul mio corpo,
e mi fanno sentire mare
che s'infrange sulle scogliere.

*

Ivan.
lo ripeto lentamente, più e più volte nella mente.
Ivan.
e trattengo il respiro.
Ivan.
e aspetto il battito successivo.
Ivan.
e m'inclino.
- no, non ti chiamo.
Riempio ogni mio vuoto con la nota del tuo nome. -
Ivan.
ed è un corpo.
Ivan.
come una canzone.
Ivan.
bolle di sapone.
Ivan.
l'eco del mio nome.

*

ho guardato la linea d'orizzonte dei nostri corpi.
noi, matematicamente siamo, tangenti all'infinito.

*

Modificando parole di Char per dirti:

Nelle mie tenebre non c'è un posto per Ivan.
Tutto il posto è per Ivan.
gettato al vento da: emistral alle ore 21:05 | Permalink | commenti
categoria:tramontana, clock-wise, venti lunari, il gomitolo del vento, vento in faccia
05/07/2009

tornerai qui
solo quando avrai bruciato tutto
solo allora, sì!
[...]
è strano ma per noi, sai
tutto l'infinito
finisce qui!
Vasco Rossi - La noia


La macchina andava ad un'andatura giusta, lei teneva la mano aperta fuori dal finestrino per toccare il vento, acchiapparlo forse. Dopo centosessantatré gradini si è sentita meglio, istupidire le gambe e voltarsi indietro. Riflessi d'ombre, ciottoli, verde foglie, un fiato, un sorriso, un respiro che sa attraversare gli anni. Montevecchia, la cima di una collina quattro case una chiesa, un panorama unico. Guardare le cose da qui, mettendo distanza, trovando altezza. Ti porterò nei miei luoghi perché ancora vivo nel paesaggio della mia infanzia.
Il mio motto non è Vai avanti. Il mio motto è impara a fermarti. Sostare.
Credo sia arrivato il momento di guardarci negli occhi, mescolare le nostre tonalità di azzurro e capire che cosa farne di noi.
gettato al vento da: emistral alle ore 19:16 | Permalink | commenti
categoria:tramontana, clock-wise, venti lunari
01/07/2009

Rivedo quella bimba bionda
scendere lenta le scale
e poi mia madre dire: Vieni, c'è gente.
Davanti a me dei manichini
si erano già messi comodi
e con le mani dietro io
vendevo il personaggio mio

Io recitavo a memoria poesie
e mi acclamavano mille bugie
tra tanti inchini, tra forme inventate
le vere essenze si son travasate.
E resta quel coro che dice che sono, che sono
Come un angelo, Come un angelo.
Gianna Nannini - Come un angelo


Mi sono cresciuta a forza di "Fai del tuo meglio". La natura può darti un paio d'occhi azzurri e i capelli biondi e tu, ostinata, continuare a sentirti gli occhi neri e i capelli nerissimi. Gli angeli lei li ha sempre e solo visti dipinti in quadri e in affreschi. Lei non sa credere né vuole essere angelo. Lei poi a volte prega, intensamente, prega il dio profano dei bassifondi, la sorte, la strada, la vita puttana. Lei non spera. Lei detesta chi spera. Lei ha scelto di essere fenicottero. La velocità con cui attaccano o schivano un colpo è veramente impressionante. Recitava il libriccino cartonato letto da bambina. È un uccello che non si lascia avvicinare molto facilmente. Il suo volo in principio è una corsa piuttosto goffa che sembra non possa portare ad alcun risultato, ma quando viene raggiunta una velocità sufficiente il fenicottero si alza da terra mostrando insospettabili doti aeree. Lei al tramonto muore e scolora, è una calda tonalità pastello, è un paesaggio struggente e suggestivo. Lei può farlo una volta sola: chiudere gli occhi e lasciarsi portare, guidare da un dito solo. Lei ad occhi chiusi vede la luce arancione, riconosce gli ostacoli o le persone, sono ombre sulla retina, le palpebre tremano e proiettano flash bianchi sulle pupille. Lei si è cresciuta a forza di "Fai del tuo meglio". Lei, nella mente, si è scomposta e ricomposta mille volte. Un gioco di combinazioni e abbinamenti, tinte chiare, tinte fosche, colori accesi e violenti. Lei ha fatto basculare ogni singolo osso del corpo. Lei, lo scheletro nel laboratorio d'anatomia. Lei nelle orbite cave dei teschi ha incastonato fiori, nella calotta spaccata ha cresciuto piante e colori. Lei ora, goffa, sta correndo sulle nacchere delle vostre risate, quando farà il grande salto vi cadranno tutti i denti, uno schianto. Lei, come un fenicottero rosa.
gettato al vento da: emistral alle ore 19:37 | Permalink | commenti (1)
categoria:vento in faccia, raffiche random
28/06/2009

Le due donne si trovarono d'accordo sul fatto che fosse meglio comprarne uno vergognosamente largo e fuori misura, nella speranza che un giorno ci sarebbe cresciuta dentro.
Neil Gaiman - Coraline

Questa maglietta che indosso, 12-13 anni, e che nemmeno riempio. Mi piace per quel triangolo rosso sul cuore, a ricordarmi, a dirmi prigioniera politica.

Probabilmente adesso ho bisogno di fiabe. Probabilmente ricomincerò a scrivere fiabe. E ancora saranno fiabe nere. C'è un'attesa nelle ore, un permettere che il caldo esploda e infine si condensi in nubi e vento che la sera rovesciano il cielo e trasformano la stagione. Ogni flash del cielo è una foto che ci viene scattata all'improvviso e noi ci siam dimenticate di sorridere in tempo. Ho una piccola escoriazione sul pollice destro a ricordarmi le manovre di ieri, i tentativi riusciti di piegare o accartocciare in due una bicicletta dentro un bagagliaio. Ho le vene che pulsano più forte sul collo quando rido e tu mi dici di ridere ancora e non so se è una minaccia o solo una voglia di sentirmi moltiplicata in quel suono. Ho le vene che corrono sotterranee sotto la pelle, tu mettimi in controluce e saprai seguirne l'intero percorso. Ho le vene, autostrade e raccordi anulari, circonvallazioni e tangenziali. Le vene, le vene, le vene. E mi ritornano in frammenti tutte quelle mie vecchie parole scritte, il delta del mio Nilo e cavi intorno ai miei polsi. Vena che è tono, traccia, sfumatura, predisposizione. Vena, intonazione, ispirazione, afflato, voglia. Pulso, batto, accelero. Due volte donna.
gettato al vento da: emistral alle ore 15:45 | Permalink | commenti
categoria:aria-sensa-pe, brumaroi
25/06/2009

Pezzi di stella, pezzi di costellazione
Pezzi d'amore eterno, pezzi di stagione
Pezzi di ceramica, pezzi di vetro
Pezzi di occhi che si guardano indietro
Pezzi di carne, pezzi di carbone
Pezzi di sorriso, pezzi di canzone
Pezzi di parola, pezzi di Parlamento
Pezzi di pioggia, pezzi di fuoco spento
Francesco De Gregori - Vai in Africa, Celestino


Le crisi epilettiche del cielo, De Gregori che canta nella mia stanza ed io che scrivo ritardando la messa a letto. Pezzi di vite sghembe sotterrate in un letto. L'odore del nucleo appiccicato ai vestiti, un'iride, una pupilla che turbinano dentro la cavità dello sguardo, quelle gambe che si irrigidiscono pesano come cavi dell'alta tensione, quel corpo scarno, ridotto all'osso, chiude sistematicamente gli arti superiori ed inferiori, nasconde il corpo nudo, conserva il pudore e la resistenza di chi ancora sa vergognarsi, lo guardo scomparire sotto un asciugamano, non mi chiedo niente, imparo nomi a memoria, lascio che le foto appese ai muri m'insegnino a fare le divisioni che danno un resto, qui si resta vivi anche così, qui le stagioni della vita non combaciano, non sai chi ti verrà a trovare, siamo uomini e donne sopravvissuti al suicidio, all'infarto, agli incidenti stradali. Qui si resta, qui ci consumiamo lentamente, senza speranze, ti marciamo fra le mani. Le magliette sono scucite lungo le balze della spina dorsale, non collaboriamo e non diciamo grazie, tu ti spezzi la schiena, 1,2 e mi sposti di peso, tu mi radi ogni mattina e mi pulisci il cavo orale, noi serriamo le mascelle e gorgheggiamo, quando uno scatarro ti raggiunge nemmeno ce ne accorgiamo. Non chiediamo scusa, ma sentiamo.
gettato al vento da: emistral alle ore 22:34 | Permalink | commenti
categoria:venti notturni
23/06/2009



Patient lifting a table in hospital (1949 Herbert Gehr, LIFE Magazine) via www.opacity.us

Lei solleva i tavoli per liberare i corpi intrappolati nella polvere. Solo lei riesce a vederli. É il suo potere.
Certi giorni sono corpi di uomini e donne intrecciati come i fili di un tappeto. Le gambe del tavolo inchiodano al pavimento ora una spalla ora un orecchio oppure sono tronchi cresciuti nella conca di un ombelico o pali conficcati in una bocca a riprodurre le peggiori torture fisiche. Lei solleva con forza disumana un lato del tavolo, i corpi liberati rotolano via, gli altri, schiacciati nei due punti cardinali opposti, mugulano dolore. Nel tempo necessario a liberarne due ha inflitto maggior dolore, una doppia punizione a questi che adesso urlano più forte. Non ha ancora trovato il modo di liberarli tutti assieme e di non causare dolore. Lei sceglie chi ha il corpo più resistente, capace di subire un ultimo assalto.
Certi giorni sono animali quelli intrappolati sotto il tavolo, una zampa ammorsata in una tagliola, un orecchio peloso quasi completamente lacerato. Ululano gli animali e ringhiano, soffiano, sbuffano mentre vengono liberati. Tra uomini e animali non c'è differenza: una volta salvati rotolano via senza grazie o riconoscenza. É un'abitudine, una costante della sua vita. Quand'era sguattera era donna piegata sotto il peso delle umiliazioni, quand'era sposa era battuta e picchiata, i calci ricevuti nel ventre l'han resa sterile, per questo lei si offriva al rituale delle botte, era lei ad offrire il suo ventre. Ogni colpo un bambino mai nato, lo sentiva ancorarsi nell'utero sotto la pressione del calcio, quando il piede si allontanava lei partoriva fra lamenti.
Certi giorni non c'è nessuno sotto il tavolo e allora lei lo rovescia completamente. Fa aderire il pianale al pavimento e si siede nel mezzo di questa casetta di legno ancora in costruzione, manca il tetto e può così sollevare gli occhi ed immaginare che oltre il soffitto c'è il cielo, ci sono le stelle. Si siede come un indiano e aspetta. Immagina il cielo e aspetta. Aspetta che il giorno finisca, che il buio riempia ogni cosa, aspetta di scomparire, cedere, svenire. Sono lontani i giorni in cui era bambina, come gatta s'arrampicava lungo le gambe del tavolo, raggiungeva la spianata carponi e, infine, si sollevava eretta, lei più alta, lei, una vetta. E poi saltava giù, in folle volo. Lei, passerotto che impara da solo a planare. Intere giornate passate fra le gambe del tavolo, sul tavolo e oltre. Il ripetersi di qualcosa di mai uguale.
Lei, donna predisposta al grande salto.
gettato al vento da: emistral alle ore 18:45 | Permalink | commenti
categoria:scirocco
22/06/2009

Disen tücc che el laagh de Comm... l'è faa cumè un omm
ma me sun sicüür che l'è una döna
[Dicono tutti che il lago di Como ha la forma di un uomo
ma io son sicuro che è una donna]
Davide Van De Sfroos


Lasciandoci tirare per i capelli siam arrivate fin quassù, laddove si domina il lago e l'orizzonte. Queste case con aggrappati ai citofoni nomi svizzeri, tedeschi, altolocati tolgono il fiato per bellezza e ricchezza. Hanno boschi al posto dei giardini, hanno cancelli che noi non varcheremo mai. Eppure sognamo una casa come questa, due stanze da letto e diamo forma alla parola "rifugio". Tu, la tua libertà te la strappi a suon di bugie, te la compri con questa moneta. Non ti preoccupano l'inflazione, il cambio, la valuta, il carovita. Scrivi in rosso su tutti i muri: Non è mai troppo tardi. Ed io sono tua complice.
Lui, ere geologiche fa, ti portava al lago, non eri ancora sposa, non eri madre. Poi, con in pugno la sicurezza di averti incastrata, ha incominciato a deviare, ha smesso di esserci. Tu, sola al bisogno. Due braccia non ti bastavano per sorregger due figli, la scopa ed il mestolo. Ora per lui dire Como è dire estero, gli si è stretto il mondo attorno, fortunatamente tu con fine lavorio hai divaricato le sbarre e adesso sgusci via.
Sono io che ti tengo per mano o forse sei tu che mi tieni perché nel tuo palmo cerco quello che mi è sempre mancato e guidi la mia macchina, guidi forte, tu stai incastonando peluches nei buchi in cui io potrei cadere. Ma noi non cadiamo. Ridiamo, cantiamo, ascoltiamo le gambe penzoloni sul lago lo sciabordio dell'acqua che inghiotte una scala, io annego scalino dopo scalino...ma come sorrido!
gettato al vento da: emistral alle ore 18:51 | Permalink | commenti
categoria:furin, breva e tivan
20/06/2009

Lei, camminando fra la folla, si morde l'interno delle guance per trattenere ogni espressione.
Se vuoi, fingiamo di essere due innamorati al parco. Tu siediti a gambe incrociate sull'erba, io mi stenderò a formare un angolo retto con la tua figura, ti rovescerò i capelli sulle ginocchia, ma non ti guarderò dal basso, il mio sguardo sarà rivolto altrove, ruotato di 90° a destra, all'altezza dei ciuffi d'erba.
E inizierò a parlare:
- Li sogno spesso i tuoi denti, così bianchi e regolari, così dritti, così perfetti. Sono un'ossessione. Sarà che i miei sono così storti, gli incisivi soprattutto, sembrano due persiane accostate con uno spiraglio  per l'aria e la luce.
- Io, invece, ti sogno spesso così come sei adesso. Solo che nel sogno mi dici parole più umane.
Inizi a toccarmi i capelli.
- I tuoi capelli! Ricci, lisci, a piacimento. Mi piaceresti anche rasata, sai?
A questo punto mi sollevo. Stacco la testa dalle tue ginocchia, mi ruoto, ti guardo, il gomito sull'erba, la mano chiusa a pugno, ci accosto la guancia. Ti guardo inseguendo una linea diagonale:
- C'è stato un ex che mi diceva che ho i capelli color miele di castagno.
Trattieni un guizzo di gelosia retroattiva:
- Mh. E, dimmi, quanti ragazzi hai avuto finora?
Io mi sollevo del tutto, raggiungo la tua altezza, disegno la tua forma. Adesso sono seduta sull'erba, le gambe incrociate, la schiena dritta e siamo viso contro viso.
Conto sulla punta delle mani, mi fermo a 7. Ti caccio le 7 dita di fronte agli occhi e a voce aggiungo:
- Sette. Come i giorni della settimana. Lunedì indigesto, martedì indigesto, mercoledì indigesto, giovedì indigesto, venerdì indigesto, sabato indigesto, domenica indigesta.
Sei perplesso.
- L'amore non ha forse i sintomi di un'indigestione?
- TU. SEI. PAZZA.
- Sì. Sono pazza. Se è pazzo chi non pensa più a quello che dice. Io uso i bicchieri per disegnare cerchi perfetti, tu lo sai, a me piace bere direttamente alla bottiglia.
Sì. Sono pazza. Se è pazzo chi non sa più il nome delle cose e a cosa servono. Io gli oggetti li piego ad usi nuovi. I miei bicchieri, come compassi.
gettato al vento da: emistral alle ore 19:51 | Permalink | commenti (3)
categoria:scirocco, maestrale