Coraline provò a disegnare la nebbia. Dopo dieci minuti il foglio bianco era ancora bianco, a parte N E B B I A scritto in un angolo, a lettere leggermente ondeggianti.
Neil Gaiman - Coraline
Neil Gaiman - Coraline
Ha sul tavolo davanti a sé un foglio bianco, le sembra grande come un tatami.
Per i giapponesi il tatami è all'incirca lo spazio occupato da una persona sdraiata.
Lei con lo sguardo percorre questo lenzuolo bianco, non sa come risvoltarlo o stropicciarlo. É di un bianco abbagliante, contiene già tutto, ha il sapore acidulo del niente e la sta guardando.
Una voce leggera dice: "Il tema di oggi è l'aria. Qui sul tavolo trovate tutti gli strumenti a vostra disposizione, scegliete quello a voi più congeniale, quello che vi piace di più, quello che più vi attira. A volte lasciar decidere l'istinto è la cosa migliore, non stateci troppo a pensare. Con i colori, una matita, un pastello date una forma vostra all'aria".
Lei se ne sta lì, semplicemente paralizzata. Guarda il foglio bianco che la guarda. Guarda intorno gli altri che si muovono. Guarda il suo fabriano A3 e si dice: "Se lo lascio così immacolato, non è aria, è nebbia". Allora allunga le mani ai barattoli di tempera, li agita a tappo chiuso e poi spreme il colore su un piattino. Deve insistere un po', premere più forte le dita sulla plastica cilindrica, il colore esce a stento, con gorgoglii, a grumi o in scie di saliva. Spreme il bianco, spreme il blu, spreme il nero, spreme il giallo. Nient'altro. Prende un pennello nuovo di pacca, le setole morbide color avorio, le pizzica, le flette, ci gioca. Non sopporta l'idea di usare un pennello vecchio, che ha già colorato il mondo degli altri, che ha conosciuto mani e direzioni sconosciute. Vuole un pennello vergine per la sua prima volta.
Intinge la punta del pennello nel giallo e disegna una linea orizzontale tre dita circa sotto la metà del foglio: divide gli spazi, il sopra dal sotto, ma non riesce col poco colore catturato ad arrivare fino al bordo del foglio, deve prendere più colore, deve ripassare più volte la linea di quel basso orizzonte, deve aiutarsi con l'acqua, diluire, stemperare la tempera, lasciare che scorra e fluisca in linea orizzontale.
Si ferma.
Guarda a lungo il primo segno, sarà l'unico bagliore in un mondo di tinte fosche. Poi aggredisce il nero, il bianco, ottiene il grigio, colora d'azzurro, riempie lo spazio superiore del foglio con una fitta trama di nubi allungate fino allo sfinimento. Le sue pennellate sono linee orizzontali, sovrapposte, accostate, colora in orizzontale, reitera il movimento sinistra-destra, sinistra-destra, sinistra-destra, deve aggiungere colore, lei deve forzare le setole, piegare la punta fino a farla diventare anche lei orizzontale. Il pennello non è la penna con cui scrive, pensa. Oppone alle mie dita, ai miei sforzi e pensieri una certa resistenza. S'ostina. Non riesce davvero a muoverlo come vorrebbe. Prende coscienza dei suoi limiti. Guarda il bianco del sotto. Lo lascia intatto ancora per un po': è carta, è foglio, ma è già un colore. Sposta l'attenzione al lato sinistro del foglio, all'angolo, sarà lì che nascerà in piccoli cerchi, pennellate come deboli sorrisi, la forza dirompente di una tromba d'aria: percorre col nero, col grigio il foglio, in diagonale, ora.
Da uno spigolo si sprigiona una spirale d'aria: tetti e case divelti, macchine rosse turbinare nell'aria, foglie, carte, persone, sollevate nell'aria. Non li dipingerà, lei li vede dentro, inghiottiti nella tromba d'aria che s'ingrossa, che sta lì, dipinta, sbilancia il foglio ispessito di colore nella sua parte sinistra.
Intinge più volte il pennello nello sputo di tempera nera. Adesso può riempire la parte bassa del foglio. Disegna il profilo di un paesaggio collinare, una terra dolce e sospesa, è una striscia schiacciata dal cielo che incombe. É terra, nera nera nera, lucida e bagnata di pioggia.
Non posa ancora il pennello. Guarda il foglio riempito e si morde le labbra. Non è come volevo che fosse, si dice. Ritocca, allora, scegliendo un pennello dalla punta più fine. Ritocca l'uragano che s'alza e si muove. Sta per arrivare o se ne sta andando? Deve ancora passare o è già passato? Non sa rispondersi.
"Ricordate di firmare i vostri lavori" dice la voce di una non-insegnante. Lei lava bene il pennello, intinge la punta nel giallo, finisce con il colore con cui ha iniziato. Firma nell'angolino di destra. Le tre lettere del suo nome, gialle e sbavate, sulla terra nera.
Allontana il foglio, lo mette ad asciugare e si sente franare.
La tromba d'aria adesso è nella sua pancia.
A chi getta parole sul suo eccesso di colore non risponde.
"Com'è cupo!", "Mi chiedo che cosa tu abbia dentro per disegnare qualcosa di simile".
[L'apocallisse, ho dentro l'apocalisse. Un vento che mi scuote fino alle radici]
Sta pulendo il tavolo: si è accorta di averlo sporcato: il colore trasbordato ha disegnato un contorno sul legno come fosse una parete a cui han tolto un quadro che era lì da sempre.
Si guarda intorno: lei è l'unica a pulire, lei è la sola ad essere uscita fuori dal foglio.
Per i giapponesi il tatami è all'incirca lo spazio occupato da una persona sdraiata.
Lei con lo sguardo percorre questo lenzuolo bianco, non sa come risvoltarlo o stropicciarlo. É di un bianco abbagliante, contiene già tutto, ha il sapore acidulo del niente e la sta guardando.
Una voce leggera dice: "Il tema di oggi è l'aria. Qui sul tavolo trovate tutti gli strumenti a vostra disposizione, scegliete quello a voi più congeniale, quello che vi piace di più, quello che più vi attira. A volte lasciar decidere l'istinto è la cosa migliore, non stateci troppo a pensare. Con i colori, una matita, un pastello date una forma vostra all'aria".
Lei se ne sta lì, semplicemente paralizzata. Guarda il foglio bianco che la guarda. Guarda intorno gli altri che si muovono. Guarda il suo fabriano A3 e si dice: "Se lo lascio così immacolato, non è aria, è nebbia". Allora allunga le mani ai barattoli di tempera, li agita a tappo chiuso e poi spreme il colore su un piattino. Deve insistere un po', premere più forte le dita sulla plastica cilindrica, il colore esce a stento, con gorgoglii, a grumi o in scie di saliva. Spreme il bianco, spreme il blu, spreme il nero, spreme il giallo. Nient'altro. Prende un pennello nuovo di pacca, le setole morbide color avorio, le pizzica, le flette, ci gioca. Non sopporta l'idea di usare un pennello vecchio, che ha già colorato il mondo degli altri, che ha conosciuto mani e direzioni sconosciute. Vuole un pennello vergine per la sua prima volta.
Intinge la punta del pennello nel giallo e disegna una linea orizzontale tre dita circa sotto la metà del foglio: divide gli spazi, il sopra dal sotto, ma non riesce col poco colore catturato ad arrivare fino al bordo del foglio, deve prendere più colore, deve ripassare più volte la linea di quel basso orizzonte, deve aiutarsi con l'acqua, diluire, stemperare la tempera, lasciare che scorra e fluisca in linea orizzontale.
Si ferma.
Guarda a lungo il primo segno, sarà l'unico bagliore in un mondo di tinte fosche. Poi aggredisce il nero, il bianco, ottiene il grigio, colora d'azzurro, riempie lo spazio superiore del foglio con una fitta trama di nubi allungate fino allo sfinimento. Le sue pennellate sono linee orizzontali, sovrapposte, accostate, colora in orizzontale, reitera il movimento sinistra-destra, sinistra-destra, sinistra-destra, deve aggiungere colore, lei deve forzare le setole, piegare la punta fino a farla diventare anche lei orizzontale. Il pennello non è la penna con cui scrive, pensa. Oppone alle mie dita, ai miei sforzi e pensieri una certa resistenza. S'ostina. Non riesce davvero a muoverlo come vorrebbe. Prende coscienza dei suoi limiti. Guarda il bianco del sotto. Lo lascia intatto ancora per un po': è carta, è foglio, ma è già un colore. Sposta l'attenzione al lato sinistro del foglio, all'angolo, sarà lì che nascerà in piccoli cerchi, pennellate come deboli sorrisi, la forza dirompente di una tromba d'aria: percorre col nero, col grigio il foglio, in diagonale, ora.
Da uno spigolo si sprigiona una spirale d'aria: tetti e case divelti, macchine rosse turbinare nell'aria, foglie, carte, persone, sollevate nell'aria. Non li dipingerà, lei li vede dentro, inghiottiti nella tromba d'aria che s'ingrossa, che sta lì, dipinta, sbilancia il foglio ispessito di colore nella sua parte sinistra.
Intinge più volte il pennello nello sputo di tempera nera. Adesso può riempire la parte bassa del foglio. Disegna il profilo di un paesaggio collinare, una terra dolce e sospesa, è una striscia schiacciata dal cielo che incombe. É terra, nera nera nera, lucida e bagnata di pioggia.
Non posa ancora il pennello. Guarda il foglio riempito e si morde le labbra. Non è come volevo che fosse, si dice. Ritocca, allora, scegliendo un pennello dalla punta più fine. Ritocca l'uragano che s'alza e si muove. Sta per arrivare o se ne sta andando? Deve ancora passare o è già passato? Non sa rispondersi.
"Ricordate di firmare i vostri lavori" dice la voce di una non-insegnante. Lei lava bene il pennello, intinge la punta nel giallo, finisce con il colore con cui ha iniziato. Firma nell'angolino di destra. Le tre lettere del suo nome, gialle e sbavate, sulla terra nera.
Allontana il foglio, lo mette ad asciugare e si sente franare.
La tromba d'aria adesso è nella sua pancia.
A chi getta parole sul suo eccesso di colore non risponde.
"Com'è cupo!", "Mi chiedo che cosa tu abbia dentro per disegnare qualcosa di simile".
[L'apocallisse, ho dentro l'apocalisse. Un vento che mi scuote fino alle radici]
Sta pulendo il tavolo: si è accorta di averlo sporcato: il colore trasbordato ha disegnato un contorno sul legno come fosse una parete a cui han tolto un quadro che era lì da sempre.
Si guarda intorno: lei è l'unica a pulire, lei è la sola ad essere uscita fuori dal foglio.
gettato al vento da: emistral alle ore 22:07 | Permalink | commenti (3)
categoria:cumulonembo, correnti ascensionali
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